Sonia & Tommaso

Capitolo 72 - La regina della menzogna

Ora che è stata scoperta, come reagirà Sonia? Quali saranno le conseguenze?

S
Sonia

1 ora fa

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«Ti ho detto di salire!» ringhiò Valentino tra i denti.

Non avevo scelta: mi sembrava di precipitare in un incubo senza fine, scivolando in un istante dal dominio del desiderio al peso di essere di nuovo un oggetto, una schiava delle circostanze. Valentino, un amico di Tommaso; il solo pensiero mi provocava una nausea violenta e un senso di sfacelo interiore.

Obbedii come un automa, chiudendo la portiera e sigillandomi in quell'abitacolo che già puzzava di condanna.

Guidò con sicurezza fino a un vicolo cieco, sporco e solitario, uno di quei buchi neri dove ero già stata con altri clienti. Conosceva la strada, muovendosi con la dimestichezza di chi è abituato a frequentare quei luoghi.

Voltai la testa a guardarlo; una smorfia perversa gli stirava le labbra, trasformando quel volto familiare in una maschera mostruosa.

«Valentino, ti prego... non è come sembra» singhiozzai.

Una bugia patetica, evidente per entrambi, perché ero esattamente ciò che stava vedendo.

«Sono qui per un ricatto, ti scongiuro... non dire nulla a Tommaso. Non farmi questo...»

Immobile, continuava a fissarmi, con quegli occhi neri che sembravano spogliarmi di ogni difesa residua.

Allungò una mano con lentezza deliberata, e afferrò il mio seno destro, nudo sotto il gilet, stringendolo come se lo desiderasse da sempre. Sgranai gli occhi inorridita, e di riflesso gli scansai il braccio con un colpo secco.

Fu un istante, ma sotto la cattiveria del suo sguardo, sentii la mia resistenza cedere di schianto . Valentino si era fatto improvvisamente cupo, la voce ridotta a un sussurro tagliente nell'aria gelida dell'abitacolo.

«Ascoltami bene, stronza, non mi pare tu sia nelle condizioni di fare storie; a meno che non voglia che chiami Tommaso per dirgli dove ti ho trovata. Lui sa come arrotondi lo stipendio? Potrei sempre chiederglielo, non trovi?»

Iniziai a piangere, supplicandolo. «Ti ho detto che non è come credi… Non sono qua per mia scelta, mi ci hanno costretta.»

«Ah sì? E perché ti avrebbero costretta?»

«Io… io… non posso dirtelo, ma...»

«Non puoi dirmelo? Allora significa che stai mentendo; oppure c’è sotto qualcosa di grosso.»

Singhiozzando con le mani sul volto, avvertii le sue dita adunche aprirmi il gilet, esponendo i seni. Sconfitta, lo lasciai fare, abbandonando ogni difesa. Valentino li afferrò, iniziando a pizzicare e a tirare i capezzoli con forza crescente, godendo della mia vulnerabilità.

«Quanto ho desiderato farlo… quante seghe ti ho dedicato...» mormorava estasiato tra sé.

Quelle parole mi raggelarono. Il suo sguardo pareva quello di un pazzo, tanto da farmi paura.

Ero sua, a nulla sarebbero valse le suppliche, non mi restava altro che assecondarlo: sapevo di piacergli, lo avevo sempre saputo e quella confessione ne era la prova.

Se avessi giocato bene le mie carte, forse, sarei riuscita a evitare il peggio, usando il suo stesso desiderio per controllarlo.

Come in un riflesso pavloviano, sentii il corpo reagire: i capezzoli si indurirono tra le sue dita e la fica tornò a inumidirsi, calda e vogliosa. Se dovevo cedere a quell'infamia, almeno lo avrei fatto a modo mio, trasformando il piacere fisico nella mia unica via d'uscita.

Lasciai che la sua mano facesse ciò che voleva. Quando scese tra le gambe, infilandosi sotto la minigonna, trovò la fica che grondava, rivelando quanto quel tocco brutale e viscido riuscisse a incendiarmi il sangue, malgrado il disprezzo che provavo per lui. Avvertendo la mia eccitazione, sul suo volto si disegnò un'espressione compiaciuta e incredula.

«Ma guarda un po’...» mormorò, affondando le dita nel mio umore, «la fidanzatina perfetta di Tommi è una cagna bagnata».

Quel porco godeva nel vedermi ridotta così.

«Ma sentila la perfettina, senti come le piace... altro che ricatto, questo è il lavoro che più ti si addice. E poi ci viene a propinare la favola sul nuovo impiego, in ufficio... Pensa quando lo sapranno Federica e Giulia. Immagina la faccia che faranno.»

«No, ti prego...» lo supplicai, stringendo i denti mentre quel tormento mi strappava un brivido incontrollabile. «Farò tutto ciò che vuoi, ma ti scongiuro, non dirglielo».

«Interessante… Tutto tutto? Guarda che io sono molto esigente, Sonia. Molto più di quel fesso del tuo fidanzato.»

«Sì, Valentino, tutto quello che vorrai. Ma teniamola per noi questa cosa... Vedrai, ti farò divertire, so come farti impazzire» replicai, costringendo la mia voce a farsi sensuale, usando l'unica esca che potesse renderlo mio complice.

Lui scostò la mano bagnata dalla mia intimità, appoggiando la schiena contro il sedile con un'espressione di assoluto trionfo, liberando i bottoni dei jeans con gesti frenetici.

«Bene, allora inginocchiati e inizia a succhiarmelo.»

Abbassò i calzoni e le mutande fino alle ginocchia, esponendo un membro ridicolo, che stentava a emergere oltre la prominenza della pancia.

«Forza, puttana. Abbassati» ordinò spavaldo.

Mi chinai, costretta a uno sforzo umiliante per accogliere quel pezzo di carne così piccolo tra le labbra. Mentre succhiavo, lui mi teneva la testa spinta verso il basso, affondando le dita nei capelli per imporre il ritmo.

«L'ho capito da quando ti ho vista la prima volta... sapevo che sotto quell'aria superiore si nascondeva una succhia cazzi» infierì, credendo di offendermi. «Fai tanto la snob, ed eccoti qua, a fare pompini a pagamento.»

Faceva tanto lo sbruffone, ma senza la mia condizione d’inferiorità gli avrei riso in faccia. Con un cazzo così piccolo, al confronto, persino Tommaso avrebbe fatto bella figura. Era ovvio che andasse a puttane; chi lo voleva? Oltre a essere grasso e antipatico, aveva pure un pisellino puerile. Incassai i suoi insulti quasi con orgoglio, esibendo al meglio le mie doti da pompinara, usando la bocca con maestria e facendolo sborrare dopo meno di un minuto.

Dopo essere venuto Valentino si trasformò, come se insieme allo sperma avesse perso tutta la sua baldanza. Mortificato per la misera figura, sembrava confuso, svuotato di quella finta autorità. Cogliendo al volo quel suo attimo di debolezza, certa che il suo cazzetto - sparito come una lumaca nel guscio - non avrebbe ripreso vigore a breve, infierendo gli chiesi: «Vuoi scoparmi?».

Imbarazzato per la sua impotenza, si ritirò sul suo sedile, sistemando i pantaloni con gesti goffi.

«Se vuoi scopami, o altrimenti inculami, ma prometti che non dirai nulla?» domandai, avvicinandomi a lui con fare dolce e complice. «Allora Vale, me lo prometti? Vedrai, non te ne farò pentire; sarò la tua puttana e farò tutto ciò che mi chiederai».

Valentino ascoltava in silenzio, senza il coraggio di guardarmi; ormai lo avevo in pugno.

«Ora però, se non vuoi fare altro, è meglio che mi riaccompagni. Sai, il mio protettore è piuttosto esigente e non è un tipo che perdona. Meglio che non sappia di questa cosa, altrimenti immagino come reagirebbe.»

«Qua... quale cosa?» balbettò lui.

«Beh, del fatto che ci conosciamo, e che... sì, insomma; lui vuole che lo faccia solo per soldi, e se sa che tu… Capisci?»

Valentino sgranò gli occhi, rendendosi conto solo in quel momento del rischio che stava correndo. Lui Antonio non lo conosceva e non poteva certo sapere quale legame ci fosse tra noi.

Il suo odore — un acido miscuglio di agitazione e sudore — mi investì subito le narici: con il mio bluff avevo colpito nel segno, e ora lui stava subendo la preoccupazione molto più di me.

«Andiamo?» gli chiesi.

Annuì con la testa bassa, rimuginando in silenzio. Avviò il motore e innestò la retromarcia, guidando in fretta verso il punto in cui mi aveva caricata.

«Non... non gli dirai niente, vero?» balbettò senza guardarmi. «Intendo al tuo magnaccia... Sai, quella è gente che non scherza e io...»

«No... Ma vorrà sapere dove sono stata tutto questo tempo, e non posso certo dirgli che è stato solo per un pompino.»

«Ah, sì, giusto… Digli che abbiamo scopato, ti do i soldi della prestazione completa.» Tirò fuori le banconote con gesti tremanti, porgendomele come se scottassero.

«Va bene... Sì, è meglio; altrimenti quello è capace di correrti appresso.»

Quando scesi dall'auto, non ebbe nemmeno il coraggio di voltare lo sguardo nella mia direzione, figuriamoci di parlare. Fui io a bloccare lo sportello per un istante, fissandolo attraverso il finestrino.

«Allora siamo d’accordo?»

Annuì un'ultima volta, con il terrore dipinto in volto, impaziente solo di sparire.

Povero coglione” pensai mentre lo guardavo allontanarsi in tutta fretta, “e poi il fesso sarebbe Tommaso”.

Un guappo di cartone, scappato a gambe levate dopo aver pagato la tariffa intera senza nemmeno scoparmi.


Il freddo della notte mi riportò presto alla realtà, ricordandomi che il turno non era ancora finito. Difatti, non ci fu nemmeno il tempo per ripensare a quanto accaduto, che una vettura accostò.

A bordo di questa, un paio ragazzi piuttosto bellocci, senza giri di parole, chiesero: «Quanto vuoi per farti scopare?»

Recitai il listino quasi come un invito: anche se consapevole che ogni singolo centesimo sarebbe finito nelle tasche di Antonio, i due mi piacevano e un formicolio familiare mi risaliva lungo il ventre.

Questi mi portarono in un vicolo, dove il buio profondo era rotto solo dall’insegna lampeggiante di un vecchio capannone.

Potevano avere al massimo ventiquattro o venticinque anni, uno biondo e l'altro dai capelli rossicci. Fin dal primo momento si erano mostrati simpatici, trattandomi più come una ragazza con cui divertirsi, che come una puttana.

Stretti sul sedile posteriore, lasciai che mi baciassero, e che le loro mani prendessero confidenza con il mio corpo nudo. Impaziente, cercai i loro cazzi sotto i calzoni, e fui ben contenta di sentirli belli grossi e già marmorei.

Li succhiai, assaporandone la calda consistenza, e persa in quella totale lussuria, azzerai ogni pensiero: svanirono Valentino, Lidia e persino Antonio; volevo godere, ne avevo un bisogno disperato.

Mi scoparono in fica e persino nel culo, e fui io a chiederlo; volevo sentirli entrambi dentro di me, nello stesso istante. Cavalcavo il biondo, muovendomi con foga sul suo bacino, mentre il rosso da dietro mi inculava a ritmo serrato. Per loro era la prima volta, ma presto riuscirono a coordinarsi nei movimenti, e in quella posizione, all’unisono e in un incastro perfetto, venimmo travolti da un orgasmo violentissimo.

Ci ritrovammo esausti ma appagati, con la pelle sudata che aderiva al rivestimento del sedile.

«Accidenti...» disse il biondo, cercando di riprendere fiato. «Ma da dove arrivi? Non sono pratico di puttane, ma non mi aspettavo una furia simile».

«Vuol dire che siete capitati bene» risposi ridendo.

«Altroché» aggiunse il rosso. «Ma lo fai sempre così?».

«Dipende».

«Da cosa? Scusa se te lo chiedo, ma quanti anni hai?».

«Tranquillo, sono maggiorenne» gli dissi, facendogli l’occhiolino.

Ci rivestimmo conversando in modo confidenziale, quasi intimo.

«Ora ragazzi, mi spiace, ma è meglio che mi riportiate indietro. Altrimenti ci vengono a cercare».

Quando arrivammo, il viale era deserto. Le altre ragazze erano sparite, lasciando la strada come un palcoscenico vuoto e livido sotto i lampioni della statale.

Lorenzo, il biondo, notando il mio stupore, ipotizzò una retata della polizia: se realmente quello era il motivo, l’avevo scampata per un soffio. Rendendomi conto di quanta fortuna avessi avuto, rabbrividii all'idea di un possibile arresto.

Supplicandoli di portarmi in città, scesi di corsa a cercare il mio zainetto tra i materassi luridi: fortunatamente c’era ancora.

Durante il tragitto mi spogliai, sfilando i capi sintetici per indossare i miei abiti normali; con un fazzoletto di carta, cercai anche di togliere quel trucco così volgare.

Mi feci lasciare a pochi isolati da casa, salutandoli con sincera gratitudine.

Insistei per restituirgli i soldi della prestazione e scesi rapida, aspettando che se ne andassero prima di muovermi, attenta a non fornire alcun indizio sulla mia direzione.

Dopo aver svoltato l’angolo di una via deserta, con un gesto colmo di disprezzo, gettai in un cestino dei rifiuti quegli odiosi abiti da battona, scarpe e pochette comprese.

Erano quasi le due quando arrivai davanti a casa. Entrai piano, tendendo l'orecchio nel corridoio buio: non un rumore, non una luce filtrava dalle fessure.

Aprii la porta della mia camera con cautela, scivolando dentro in punta di piedi.

Appoggiata con la schiena al legno, quasi a voler sbarrare l'inferno appena vissuto, sentivo il cuore percuotere il petto con violenza.

Lasciai cadere i vestiti a terra, per poi guardarmi allo specchio, smarrita davanti alla mia stessa immagine.

Entrai in doccia, lasciando scorre l'acqua bollente sulla pelle alla ricerca di un sollievo che faticava ad arrivare.

Sfinita, mi accasciai sul piatto smaltato, mentre il vapore denso avvolgeva ogni cosa; chiusi gli occhi e la parata dei clienti della notte riapparve subito dietro le palpebre, in una sequenza di cazzi e volti anonimi.

L'ansia, oltre alla fame, mi stringeva lo stomaco; ero preoccupata che qualche indizio potesse far risalire alla mia persona, distruggendo tutto.

E Antonio, dov'era sparito? Quell'incubo sarebbe finito, o si trattava solo di un'ingenua illusione? Domande asfissianti, alle quali la stanchezza non aiutava certo a trovare risposta.

Sotto il getto bollente, la fica era gonfia e vistosamente dilatata dalle troppe penetrazioni della statale; le dita scivolavano tra le labbra turgide per saggiarne la sensibilità, risvegliando un brivido che si propagava lungo le cosce.

Anche il culetto era indolenzito, teso per le spinte profonde del rosso: oltre ad appagare le mie voglie, quei ragazzi mi avevano salvata; senza di loro, abbandonata su quel marciapiede deserto, come sarei tornata a casa?

Nemmeno sapevo dove si trovasse esattamente quella zona sperduta, in cui mi ero prostituita per tutta la sera.

Rischiai di addormentarmi lì, sospesa tra l'esaurimento muscolare e un’iperattività cerebrale che non accennava a spegnersi; immersa in una spirale di bugie che ormai costituiva la mia unica, vera sostanza.

Facendomi forza uscii dal bagno, lasciandomi cadere sul letto con il corpo ancora umido e pesante, avvolta in un profumo rassicurante di cocco e vaniglia a cancellare gli odori della notte.

Afferrai il cellulare sul comodino: povero Tommaso, i suoi numerosi messaggi erano un misto d’ansia e morbosa fantasia; un mix micidiale che nutriva la sua depravazione.

Negli ultimi giorni ci eravamo sentiti poco: impediti dai suoi impegni e dalle mie notti da battona, i nostri tempi non avevano coinciso. Sabato sarebbe tornato e io lo avrei atteso all'aeroporto, esibendo il mio volto più candido, innocente; mentendo spudoratamente su come avevo trascorso le mie ultime serate.

Tra i vari messaggi ce n'era uno di Luca, che mi chiedeva se lo avessi dimenticato, uno di Sergio, preoccupato per avermi vista così strana sul lavoro, e infine il più atteso: quello di Bruno.

«Come stai, tesoro? Domani sera riesci a liberarti? Ho voglia di vederti... 😊».

Il mio cuore fece un balzo per la gioia e, nonostante l'ombra di Antonio incombesse ancora come una minaccia brutale, accettai entusiasta. «Certo! Non vedo l'ora» digitai con foga. «Ho tanta voglia di rivederti e di essere tua. ❤️»

Spensi la luce, cercando di dormire: poche ore di sonno che mi separavano dalla sveglia e dal mio ultimo giorno alla ditta di autotrasporti. In parte mi spiaceva, soprattutto per Sergio, ma avremmo potuto continuare a vederci a modo nostro, specialmente dopo che Tommaso lo aveva accettato come mio amante ufficiale.

Una nuova avventura professionale stava per aprirsi, ma il peso di Antonio schiacciava ogni entusiasmo.

Tormentandomi nel buio, mi chiedevo se, nel caso tutto fosse venuto a galla, Nicola avrebbe voluto ancora che lavorassi per lui.

Antonio rappresentava la mia rovina, e la fine era solo una questione di tempo.

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