Capitolo 2 - adulando la troia per scoparla
la dinamica tra garg che è ossessionato dalla fastidiosa fidanzata del migliore amico e lei che fa la preziosa continua.
Le settimane successive furono un fottuto inferno di silenzi.
Nessun messaggio. Nessuna notifica su Instagram. Nessuna delle sue maledette frecciatine velenose. Il vuoto totale. Mi aveva castrato psicologicamente in quella macchina, mi aveva usato come un fottuto vibratore umano e poi mi aveva ghostato, sapendo perfettamente che l'assenza delle sue provocazioni mi avrebbe fatto impazzire cento volte più della sua presenza. La odiavo. La odiavo così tanto che mi facevano male i denti a furia di stringere la mascella.
Eppure, la notte il mio cervello mi tradiva nel modo più lurido e umiliante possibile. Sognavo di scoparla. Non c'era un briciolo di dolcezza o romanticismo nei miei incubi bagnati, solo una brama violenta, cruda e totalmente proibita. La sognavo incastrata sotto di me, nuda, la pelle chiara madida di sudore. Nel sogno, non le permettevo di scappare. Le bloccavo i polsi sopra la testa, schiacciandola contro il materasso, e le sbattevo dentro tutta la rabbia che avevo in corpo finché quel suo sorrisetto arrogante non si spaccava in un gemito rotto e implorante. Sognavo i suoi maledetti piedi nudi, quelli che usava per provocarmi, agganciati dietro la mia schiena; sentivo le unghie laccate graffiarmi la pelle mentre la costringevo a guardarmi negli occhi e ad ammettere, piangendo, che non poteva fare a meno di me. Mi svegliavo nel cuore della notte, sudato, col respiro corto e il cazzo così duro da farmi pulsare l'addome, odiandomi per quanto il mio corpo desiderasse quella vipera.
La rividi finalmente a metà maggio. Una festa in piscina a casa di un mio amico, una di quelle robe pomeridiane destinate a degenerare in sbronze notturne. Appena varcai il cancello, superando il prato inglese e la cassa bluetooth che sparava musica a palla, il mio sguardo la agganciò come un fottuto radar.
Era arrivata con Marco, ovviamente. E, come sempre, sembrava aver studiato ogni singolo millimetro del suo aspetto per fare danni e mietere vittime. I capelli biondi e voluminosi erano sciolti, onde morbide che le accarezzavano le spalle e la schiena mezza scoperta. Indossava un costume intero bianco. Ma chiamarlo "intero" era una barzelletta: era sgambatissimo sui fianchi, un taglio netto che metteva in mostra le cosce tornite e l'attaccatura morbida dei glutei, e aveva una scollatura vertiginosa, trattenuta da laccetti sottili, che lasciava esplodere il suo seno prosperoso a ogni respiro. Il tessuto bianco e aderente, teso sulle sue curve a clessidra, contrastava in modo accecante con la sua pelle chiara e vellutata. E ai piedi? Niente. Rigorosamente scalza, le dita che accarezzavano il bordo ruvido della piscina.
Marco era seduto su un lettino a bersi una birra, invisibile come un fantasma nel suo stesso mondo. Lei, invece, stava tenendo banco. Appoggiata al bordo della piscina, rideva e scherzava con tre ragazzi che le ronzavano attorno come cani in calore. Si piegava in avanti, apposta, per far ciondolare i seni nella scollatura, sfiorando con finta innocenza il braccio di uno di loro, lanciando occhiate languide e maliziose da dietro le lenti sottili degli occhiali. Era uno spettacolo stomachevole. Una puttana dell'attenzione allo stato puro che si nutriva degli sguardi altrui.
Mi avvicinai al gruppo per salutare il padrone di casa e prendere da bere. Sentii lo sguardo di Raffy scivolarmi addosso per una frazione di secondo. I nostri occhi si incrociarono. Mi aspettavo un ghigno, una smorfia, un'occhiata di sfida per ricordarmi come mi aveva umiliato. E invece... niente. Il vuoto cosmico.
Distolse lo sguardo senza battere ciglio, passandosi una mano tra i capelli e ridendo sguaiatamente a una battuta pietosa di un tizio muscoloso accanto a lei. «Eh già, se continui a fare palestra così mi sa che ti assumo come guardia del corpo!» le sentii tubare, la voce impastata di finta dolcezza.
Mi aveva cancellato. Stava giocando alla principessa intoccabile. Andai al tavolo delle bevande e afferrai una birra ghiacciata. La strinsi così forte che il vetro rischiò di andarmi in frantumi in mano. Stava flirtando sfacciatamente con tutti, umiliando Marco che non se ne rendeva conto, e usava la sua indifferenza come un'arma per farmi esplodere.
«Oh, grande Garg! Sei arrivato!» mi salutò uno dei ragazzi del gruppo. Lei non si voltò nemmeno. Prese il suo bicchiere, sollevò una gamba e appoggiò un piede nudo sul bordo di un lettino, una posa plastica e calcolata al millimetro per far risaltare il culo fasciato dal costume bianco, e continuò a ignorarmi.
Rimasi a fissarla, bevendo un sorso amaro. Ogni suo movimento era un insulto. Il modo in cui si inumidiva le labbra rosse, il modo in cui tendeva la caviglia per farsi ammirare le gambe. Voleva farmi perdere il controllo. Voleva che sbavassi e mi mettessi in fila dietro agli altri sfigati solo per ricevere un'briciolo della sua attenzione.
Era rivoltante guardare come tutti i nostri amici le sbavassero dietro. Ragazzi fidanzati, single, non faceva differenza: la presenza di Raffy li riduceva a un branco di idioti lobotomizzati. E la cosa peggiore era che lei lo sapeva benissimo. Anzi, si nutriva di quell'attenzione. Eppure, mentre li giudicavo dall'alto della mia finta superiorità, la verità mi colpì come uno schiaffo: criticarli era da ipocriti. Loro almeno si limitavano a guardarle il culo. Io, invece, avevo infilato le dita nelle mutandine della ragazza del mio migliore amico e, se lei non si fosse tirata indietro per puro sadismo, me la sarei scopata nel mio SUV senza pensarci due volte. Ero un amico di merda tanto quanto loro. Forse anche peggio.
La giornata scivolò via tra birre ghiacciate, musica a palla e l'odore della crema solare che si mescolava a quello del cloro. Cercai di stare con gli altri, di fare discorsi normali, ma i miei occhi tornavano sempre lì. A fare la guardia. O meglio, a fare il guardone. Raffy passava da un gruppetto all'altro, facendo la troia con una naturalezza disarmante. A un certo punto decise di farsi un tuffo. Quando uscì dall'acqua, fu come se qualcuno avesse premuto il tasto slow-motionsu tutta la fottuta festa. Si sollevò facendo leva sui polsi, inarcando la schiena. Il costume bianco, ora completamente bagnato, le si era incollato addosso come una seconda pelle, diventando pericolosamente trasparente. La stoffa tesa lasciava intravedere il contorno scuro dei capezzoli inturgiditi dall'acqua fredda. L'acqua le scivolava lungo il collo, tra i seni prosperosi, giù fino alla vita stretta e ai fianchi larghi. E lei si prese tutto il tempo del mondo per sistemarsi il bordo sgambato del costume, tirandolo ancora più su per mostrare i glutei sodi, mentre camminava scalza sul bordo vasca, lasciando adorare i suoi piedi nudi dai presenti.
Sospirai pesantemente, distogliendo lo sguardo per non impazzire. Mi lanciai in acqua e mi stesi a pancia in su su un materassino galleggiante, cercando di farmi passare il calore che mi si era accumulato all'inguine. Poco dopo, l'acqua si increspò e Marco si aggrappò al bordo del mio materassino, bagnato e sorridente. Iniziammo a chiacchierare del più e del meno. Il calcio, il lavoro, le solite stronzate. Guardarlo negli occhi mi faceva sentire un verme, un pezzo di merda viscido. Mentivo con ogni mio respiro. Ma l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio e riuscii a parlarci con il solito tono fraterno.
Poi, l'attenzione di Marco si spostò oltre la mia spalla. Mi voltai. Raffy era sdraiata a pancia in giù su un asciugamano, il sedile esposto in modo osceno, mentre un nostro amico, chiaramente su di giri, le spalmava la crema solare sulle cosce e sui polpacci. Lei aveva gli occhi chiusi e muoveva pigramente le dita dei piedi in aria, godendosi ogni singolo tocco.
Non ce la feci a tenermelo per me. «Cazzo, fra...» mormorai, indicandola con un cenno del mento. «Ma non ti dà ai nervi? Voglio dire, si sta facendo strusciare da mezza festa. Come fai a sopportare che si metta in mostra in quel modo?»
Marco si passò una mano tra i capelli bagnati. Sospirò, ma sul suo viso non c'era rabbia, solo un'infinita, patetica rassegnazione mista a ingenuità. «Garg, tu sei fatto in un modo, lei in un altro,» mi rispose, stringendo gli occhi per il sole. «Lo so che sembra esagerata, ma lei è così. Adora essere adulata. Ama avere tutti gli occhi addosso, la fa sentire sicura di sé. Alla fine, lascia che le sbavino dietro... io so che fa la provocatrice, ma in fondo mi è fedele. È solo il suo modo di giocare.»
Rimasi paralizzato. Fedele. Se ci credi tu, Marco, pensai, sentendo lo stomaco stringersi. Se solo sapessi che la tua principessina fedele voleva il mio cazzo in bocca a due chilometri da casa tua.
Ma le sue parole scavarono un solco profondo nella mia mente. Adora essere adulata. Era un'illuminazione. Fino a quel momento, avevo combattuto Raffy con la mia stessa arma: la schiettezza, l'insulto, il muro di gomma. Ero stato l'unico stronzo a non prostrarsi ai suoi piedi nudi, e questo l'aveva mandata fuori di testa. Ma l'odio non aveva funzionato. Mi aveva solo fatto guadagnare una masturbazione violenta e un biglietto di sola andata per l'inferno della frustrazione.
Se il suo carburante era l'adulazione... perché non darglielo? Ero logorato da quel desiderio proibito. Volevo scoparla fino a svuotarle il cervello, volevo distruggere quell'ossessione che mi teneva sveglio la notte e che mi faceva odiare me stesso. E se la chiave per aprirle le gambe definitivamente fosse stata proprio assecondare il suo ego smisurato? Se adularla, fare la parte del cagnolino sedotto, fosse la strada più veloce per portarmela a letto, svergognarla e poi, finalmente, togliermela dalla testa?
La guardai di nuovo. Si era girata supina, portandosi le ginocchia al petto in una posa falsamente innocente, offrendo allo sguardo di tutti l'interno delle sue cosce chiare. Vuoi un cane che ti aduli, strega? pensai, mentre un'eccitazione fredda e calcolatrice mi invadeva il sangue. Allora preparati. Perché ti darò tutta l'attenzione che brami, ma quando avrò finito con te, non ti resterà nemmeno un briciolo di dignità.
Non mi fermai. Se aveva bisogno di essere venerata per cedere, l'avrei venerata fino a farle perdere la fottuta ragione.
Continuai a baciarle le piante dei piedi, sentendo il sapore leggero del cloro mescolato a quello della sua pelle. Feci scivolare la lingua nell’incavo tra le dita smaltate di rosso, leccandole con una lentezza calcolata, per poi prenderne una tra le labbra e succhiarla delicatamente. Nel frattempo, la mia mano libera risalì lungo il suo polpaccio bagnato, accarezzando l'interno della coscia, sfiorando il bordo sgambato di quel costume bianco che ormai non nascondeva più nulla.
«Sei un fottuto capolavoro, Raffy», mormorai contro il suo collo del piede, spingendo al massimo l'acceleratore dell'adulazione. Mi faceva quasi schifo dirlo, ma l'effetto su di lei era esplosivo. «Nessuno ti merita. Non Marco, non quegli sfigati là fuori. Hai un corpo fatto per essere adorato, per essere servito... Lasciati venerare, principessa».
Raffy gettò la testa all'indietro. Il respiro le si spezzò in un rantolo umido, ma la sua maschera da stronza non cadde del tutto, anzi, la usò per godersi il momento. «Mmh... guarda come sbavi», ansimò, la voce impastata di lussuria e spocchia. Mi guardò dall'alto in basso con quel suo sorrisetto crudele. «Sei patetico, Garg. Facevi tanto il superiore, e guardati adesso... sei letteralmente ai miei piedi come un cane randagio. Fai pena».
«Faccio pena, sì», le diedi corda, baciandole l'arco plantare e risalendo con la mano fino a sfiorare l'inguine fasciato dal tessuto fradicio. «Faccio pena perché non riesco a smettere di pensarti. Sei la mia cazzo di ossessione».
Mentre lo dicevo, portai una mano alla vita e mi sfilai il costume bagnato. Lo spinsi giù lungo le gambe, liberandomi. Il mio cazzo scattò in avanti, duro come la pietra, teso e pulsante.
Raffy abbassò lo sguardo. Le lenti sottili dei suoi occhiali si appannarono leggermente. Il suo petto si alzava e si abbassava a un ritmo frenetico. Il costume bianco, proprio lì in mezzo alle sue gambe, era zuppo, bagnato fradicio di un'eccitazione che l'acqua della piscina non poteva giustificare. A quel punto, con un movimento brusco, mi piantò un piede contro il petto e mi spinse indietro.
«Alzati», mi ordinò, il tono perentorio.
Mi alzai in piedi, svettando sopra di lei. Ero completamente nudo dalla vita in giù, esposto al suo sguardo famelico e arrogante. Raffy si sistemò meglio sui gomiti, allargando le gambe sul letto. Sollevò i piedi nudi e, finalmente, fece la mossa che aspettavo da mesi. Appoggiò la pianta fredda e liscia del suo piede destro direttamente sulla base del mio cazzo. Trattenni il fiato. Il contrasto tra la sua pelle fresca e il mio calore febbrile fu una scossa elettrica. Poi aggiunse l'altro piede, intrappolando la mia erezione tra i suoi archi plantari morbidi.
Iniziò a muoverli. Su e giù. Le sue dita smaltate di rosso sfioravano il glande a ogni passaggio, mentre i talloni premevano contro di me. Era un tocco arrogante, sfacciato, di chi sa esattamente il potere che ha tra le mani... o tra i piedi.
«Sei proprio un poveraccio, Garg», sussurrò, accelerando il ritmo. La sua voce era un sussurro crudele che mi entrava nel cervello. «Mi hai insultata, mi hai dato della troia, hai fatto la spia con Marco. E tutto per cosa? Perché morivi dalla voglia di farti toccare da me. Ti sei dovuto mettere in ginocchio per avere un po' della mia attenzione».
Strinsi i pugni lungo i fianchi, chiudendo gli occhi per il piacere devastante che mi stava dando. «Sì... continua, strega...»
«Non mi chiami più troia, adesso?» lo stuzzicò, premendo le piante dei piedi con più forza, frizionandomi la pelle con un ritmo che mi faceva mancare l'aria. «Siete tutti uguali. Cagnolini al guinzaglio. Ti accontenti delle briciole che ti lancio, vero Garg? Ti basta che io ti accarezzi col piede per farti sentire in paradiso. Faccio quello che voglio di te».
Era odiosa. Era la persona più schifosa, viziata e insopportabile che conoscessi. E proprio per questo, mentre i suoi piedi perfetti mi mungevano con una precisione sadica e il suo corpo seminudo si offriva al mio sguardo in tutta la sua arroganza, mi resi conto che non ero mai stato così fottutamente eccitato in vita mia.
Il ritmo che mi stava imponendo era una tortura perfetta. Le piante dei suoi piedi, lisce e fresche, scivolavano lungo la mia erezione con una frizione che mi mandava in corto circuito il cervello. Raffy stringeva gli archi plantari attorno a me, usando i talloni per fare pressione alla base e le dita smaltate di rosso per accarezzarmi fino in cima.
«Guarda come tremi,» mi derise, incrociando le braccia sotto il seno prosperoso per spingerlo ancora più in su, offrendomelo come uno spettacolo intoccabile. «Sei così disperato. Scommetto che stavi sognando questo momento da mesi, chiuso in camera tua a piangere. Povero, piccolo sfigato. Ti basta che io muova un po' le caviglie per ridurti a uno straccio.»
«Sì... cazzo, sì,» ansimai, incapace di negarlo, le mani strette a pugno lungo i fianchi. L'odio che provavo per lei era pari solo alla lussuria cieca che mi stava divorando.
«Sei un giocattolino divertente, Garg,» continuò, spietata, mentre accelerava il ritmo. I suoi piedi si muovevano con una maestria sadica, conoscendo esattamente i punti giusti per farmi impazzire. «Ma vedi di darti una regolata.» Arricciò il naso perfetto in una smorfia di puro disgusto. «Avvertimi quando ci sei. Togliti prima di finire. Non osare sporcarmi i piedi, mi fa uno schifo tremendo. Hai capito? Non azzardarti a toccarmi con la tua roba.»
Le sue parole, così cariche di spocchia e ribrezzo, furono la scintilla finale. Il mio corpo si tese come la corda di un arco. Non volevo fermarmi. Non volevo togliermi. Volevo marchiarla.
«Raffy...» ringhiai, la voce rotta, i muscoli dell'addome contratti. «Ti ho detto di spostarti! Togliti!» ordinò lei, cercando di ritrarre le gambe con uno scatto stizzito, ma era troppo tardi.
Con un gemito gutturale, esplosi. Non mi ritrassi di un millimetro. Il mio seme caldo e denso schizzò fuori, colpendo in pieno il collo del suo piede, colando tra le dita smaltate di rosso e macchiando la pelle chiara delle sue caviglie. Fui scosso da spasmi violenti, riversando su di lei tutta la frustrazione e il desiderio di quei mesi maledetti.
Il silenzio nella stanza durò una frazione di secondo. Poi, scoppiò l'inferno.
«Ma sei un fottuto idiota?!» strillò Raffy, gli occhi spalancati dietro le lenti per l'orrore e la rabbia. Scalciò, colpendomi di striscio il fianco per allontanarmi, guardando i suoi piedi perfetti imbrattati di me. «Che schifo! Che cazzo di schifo! Ti avevo detto di non sporcarmi, brutto maiale! Fai vomitare, sei un fottuto incapace!»
Si tirò su a sedere, il viso paonazzo per la furia. «Puliscimi subito, pezzo di merda! Subito!»
Non mi scomposi. Il mio piano prevedeva l'adulazione, e un bravo suddito sa come placare l'ira della sua regina. «Hai ragione, principessa, hai ragione,» le dissi, la voce ancora roca e carica di adorazione, buttandomi letteralmente in ginocchio sul letto, proprio in mezzo alle sue cosce allargate. «Sono un idiota, non sono riuscito a trattenermi. Sei troppo bella. Mi hai fatto perdere la testa.»
«Non me ne frega un cazzo delle tue scuse, mi fai schifo!» continuò a sbraitare, ma prima che potesse allontanarsi, le afferrai i fianchi con una presa salda.
«Lascia che mi faccia perdonare. Lascia che ti pulisca io,» sussurrai.
Senza chiederle il permesso, mi chinai in avanti. Le mie mani scivolarono sulle sue cosce bagnate, e con un movimento deciso spostai di lato il tassello di quel costume bianco, sgambatissimo e umido. Il suo profumo invase i miei sensi: un mix di cloro, crema solare e l'odore pungente e inconfondibile della sua eccitazione. Era bagnata fradicia.
«Ma che... c-cosa cazzo fai?! Levati!» squittì lei, colpita di sorpresa, cercando di chiudere le gambe.
Ma io piantai il viso esattamente lì, tra le sue cosce. Iniziai a leccarla. Il primo colpo di lingua fu lungo, profondo, dal basso verso l'alto. Raffy sussultò violentemente, le mani che scattarono per aggrapparsi alle lenzuola mentre un gemito le moriva in gola.
Non le diedi tregua. Usai la bocca con la stessa devozione con cui avevo baciato i suoi piedi poco prima. Affondai la lingua dentro di lei, assaporando il suo sapore caldo e dolciastro, per poi concentrarmi sul suo centro nevralgico, succhiandolo e stuzzicandolo con una pressione costante.
«Ti avevo detto... ah... di pulirmi i p-piedi, stronzo!» provò a insultarmi ancora, la voce che tremava in modo patetico. Le sue dita si conficcarono nei miei capelli, non per spingermi via, ma per tenermi lì.
«Lo farò, mia dea,» mormorai contro la sua pelle bagnata, il respiro caldo che le faceva tremare l'interno coscia. «Ma prima devo servire il resto di te. Meriti solo il meglio.»
Ripresi a mangiarla con una fame animale, alternando colpi di lingua veloci a succhiotti lenti e profondi. Raffy non riusciva più a insultarmi. L'odio e l'arroganza venivano letteralmente spazzati via ondata dopo ondata. Il suo corpo si inarcò dal materasso, il costume bianco che le segnava i seni tesi, la testa gettata all'indietro. Iniziò ad ansimare, i respiri corti e spezzati, le cosce che mi stringevano la testa in una morsa disperata.
Poteva odiarmi quanto voleva, ma il suo corpo era diventato mio.
Affondai il viso tra le sue cosce, spingendomi oltre ogni limite, deciso a dimostrarle che la mia adorazione era l'unica cosa di cui avesse davvero bisogno. La mia lingua tracciava cerchi lenti e decisi, per poi affondare con colpi ritmici e precisi che la facevano fremere incontrollabilmente.
Mi fermai per una frazione di secondo, giusto il tempo di alzare lo sguardo verso il suo viso. Era paonazza, le labbra dischiuse, il respiro che le usciva dal petto a scatti violenti.
«Con la lingua sono decisamente più bravo dei tuoi amanti, vero, principessa?» le mormorai contro la pelle umida e caldissima, il mio respiro che la fece rabbrividire. «Ammettilo che nessuno sa venerarti come faccio io.»
«S-stai zitto... ah!» squittì lei, cercando di mantenere quel suo tono odioso, ma la voce le si spezzò in un gemito acuto. Le sue dita si conficcarono nei miei capelli, tirandoli non per allontanarmi, ma per spingermi di nuovo contro di lei. «Sei solo un... mhm... un fottuto leccapiedi... muoviti... non fermarti, stronzo!»
Sorrisi contro di lei e ripresi il mio lavoro con ancora più foga. La stavo letteralmente facendo impazzire. Il suo bacino si sollevava dal materasso, andando incontro alla mia bocca con una disperazione che non aveva più nulla di spocchioso. Le sue mani stringevano le lenzuola, i suoi fianchi morbidi tremavano sotto la mia presa. Ero a un passo dalla vittoria. Sentivo che stava per crollare, che di lì a un attimo mi avrebbe implorato di spogliarla del tutto e di scoparla su quel letto, dimenticandosi del mondo intero.
E poi, il disastro.
«Raffy? Amore, ci sei? Raffy, dove sei finita?»
La voce di Marco arrivò dal corridoio, attutita dalla porta chiusa a chiave ma abbastanza forte da far crollare il castello di carte.
Fu come se le avessero gettato una secchiata di ghiaccio addosso. La trasformazione fu istantanea e brutale. L'eccitazione svanì dai suoi occhi, sostituita dal panico e, un secondo dopo, da quella sua solita, insopportabile freddezza.
«Cazzo, Marco!» sibilò sottovoce.
Le sue mani, che fino a un attimo prima mi tenevano stretto a lei, scattarono in avanti. Mi piantò i palmi contro le spalle e mi spinse via con una forza inaspettata. «Levati di torno! Subito!» mi ordinò, scattando a sedere.
Rimasi in ginocchio sul letto, stordito, l'adrenalina che mi pompava ancora a mille nelle vene. L'avevo avuta in pugno, ero a tanto così dal farla mia, e adesso mi trattava di nuovo come uno straccio vecchio. Proprio in quel momento, a un passo dal tradimento definitivo, doveva ricordarsi di avere un fidanzato.
Raffy scivolò giù dal letto con agilità. Sistemò freneticamente il tassello del costume bianco, tirandoselo sui fianchi per coprire il rossore della sua intimità violata dalla mia lingua. Poi il suo sguardo cadde sui suoi piedi. Arricciò il naso con un'espressione di puro disgusto. Afferrò un fazzoletto di carta dal comodino e si pulì il collo del piede con stizza, rimuovendo il mio seme ormai freddo, per poi gettare la carta nel cestino come se fosse immondizia radioattiva.
«Ricopriti, Garg, fai pena,» mi disse, lanciandomi un'occhiata gelida mentre si passava le mani tra i capelli biondi per ridare volume alle onde spettinate. «Pensi di aver vinto qualcosa? Mi hai solo fatto un favore perché mi annoiavo. Ma adesso devo tornare dal mio ragazzo.»
Mi alzai, raccogliendo i miei boxer e il costume bagnato dal pavimento, la frustrazione che mi bruciava lo stomaco come acido. L'avevo adulata, l'avevo venerata, le avevo dato tutto quello che voleva per piegarla, e lei se ne stava andando via immacolata, lasciandomi solo con l'odore del suo sesso addosso e una rabbia devastante.
Raffy fece scattare la serratura della porta. La aprì di uno spiraglio, ma prima di uscire si fermò. Si voltò lentamente verso di me, la mano poggiata sullo stipite, un sorrisetto malizioso e manipolatore che le increspava le labbra carnose.
«Comunque...» mormorò, la voce tornata improvvisamente languida e sicura di sé. «Visto che ti piaccio così tanto da leccare dove cammino... venerdì sera Marco parte. Io sono in un locale in centro, una di quelle serate per cui vendo i biglietti ai tavoli. Passa a prendermi e vieni anche tu. Ci divertiamo un po'. E poi...» inclinò la testa, sbattendo le ciglia in modo teatrale «...così non dovrò prendere i mezzi pubblici per tornare a casa. Ciao, bravo ragazzo.»
Uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle con un tonfo leggero.
Rimasi immobile, in piedi nel mezzo di quella fottuta camera da letto matrimoniale, il costume stretto in pugno. Ero spiazzato. Pensavo di essere a un passo dallo scoparla e distruggerla, e invece mi aveva appena declassato a suo autista personale. Eppure, mentre la rabbia mi faceva tremare le mani, sapevo già, con assoluta e schifosa certezza, che venerdì sera mi sarei presentato sotto casa sua. E questa volta, non le avrei permesso di scappare.
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