Alabarda degli Astri

Capitolo 5 - «Mi vuoi, come mi vuole qualsiasi uomo. E adesso ti mostro perché tutti mi desiderano.»

Carlo scopre la sua coinquilina, Ekaterina: una ragazza dai capelli d'oro, il corpo perfetto e un carattere di merda. L'autostima del ragazzo lo spinge ad allontanarsi da lei, ma l'erezione nelle sue mutande lo spinge nella direzione opposta, soprattutto quando Ekaterina inizia ad usare il proprio telero e a godere davanti a lui...

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Il numero 42 è scritto in azzurro sui due battenti della porta pneumatica, un uscio identico a tutti gli altri nel corridoio.

Una ragazza con i capelli crespi e un borsone verde oliva identico al mio passa la mano sopra lo scanner accanto alla porta numero 40, un dispositivo scatta e i due pannelli scorrono nelle paratie con un sibilo gassoso. Il suo volto si illumina. «Ma siamo nella stessa camera?»

Dall’alloggio si solleva il suono di passi veloci e una ragazza nera compare e abbraccia l’altra. «Ruth, che sorpresa!»

Le due si mettono a ridere, il borsone abbandonato a terra.

Il fiato mi defluisce dal naso e mi mordo il labbro inferiore. Che problemi mi sto facendo? Di certo dietro alla porta 42 non può esserci un alieno pronto ad attaccarmi. Forse… forse mi va anche bene, e trovo una persona interessante. O…

Passo il borsone nella mano sinistra e allungo la destra sullo scanner. La luce diventa verde e il meccanismo di apertura scatta. Mi metto ben dritto con la schiena, sorriso affabile, espressione divertita.

I pannelli spariscono inghiottiti dalle paratie in meno di un secondo, l’alloggio compare davanti a me: due letti singoli bianchi, un tramezzo a dividerli, un comodino ed un armadio in ogni metà. Tutto bianco. L’unico colore è un’alta ragazza che sta sollevando un abito da sera azzurro pieno di strass da una valigia.

Lei volta la testa verso di me, i suoi lunghi capelli biondi si muovono nell’aria per il movimento. Indossa una corta maglietta bianca che a stento contiene le sue curve. Mi sorride. «Era ora, Na…» La sua espressione si scioglie, mi fissa come se avesse ordinato del caviale e le avessero portato un piatto pieno di vomito. «Tu chi sei?»

Il fiato mi si mozza. «Ca… Carlo.» Sbatto gli occhi, fatico a non fissarle il seno. «Sono Carlo.»

La ragazza abbassa le braccia, il vestito azzurro si affloscia sul letto. Il suo sguardo passa sul mio corpo come uno scanner e si ferma sul borsone che tengo in mano. «Che ci fai qui?» La sua voce è come una lama scagliata contro di me.

Devo tentare due volte prima di riuscire ad emettere delle parole. «Sono… sono stato assegnato al numero 42.»

«Cosa?» La ragazza mi fissa nemmeno l’avessi fatto apposta. «No, questo è inaccettabile! Mi sentiranno!»

I tacchi che indossa ticchettano sul pavimento nel suo camminare – incedere – verso di me. Mi sposto per farla passare. Lei fa due passi nel corridoio, si ferma e mi guarda. Il suo sguardo è ardente. «Vuoi venire o no?»

«Dove?»

«”Dove”, secondo te? Da quell’imbecille dell’Ufficiale di Coperta che ti ha messo nel mio alloggio, ecco da chi.» Fa due passi e si ferma di nuovo; indica il borsone.. «E non lasciare qui quel coso, che tra due minuti te ne vai.»

L’Ufficiale di Coperta sospira chiudendo gli occhi. Li riapre e appoggia il tablet sulla scrivania del suo ufficio. «Ho controllato, nessun errore: nell’alloggio 42 sono destinati Ekaterina Novikov e Carlo Clerici. Così ha deciso il computer.»

Ekaterina si appoggia con le mani sul tavolo. «Il computer ha sbagliato. Con me doveva esserci la Kirishima!»

Stringo le sopracciglia. Kirishima? Dove l’ho già sentita?

L’Ufficiale mi lancia un’occhiata. Chissà se si ricorda che dieci minuti fa mi ha detto che la Alabarda degli Astri non è un albergo e non si prenotano le stanze? Torna a guardare Ekaterina. «Sei nella Flotta, adesso: l’algoritmo non tiene conto di amicizie o dame di compagnia quando sceglie chi mettere con chi negli alloggi.»

Il ricordo dei nomi scelti a caso pescandoli dal cappello del capitano quando c’è da assegnare le stanze come dicevano all’Accademia riappare nella mia mente. Stringo le labbra per non ridere.

«Tu sai chi è mio padre?» La manata che Ekaterina picchia sul tavolo echeggia nel piccolo ufficio.

L’uomo è abbandonato sulla sua poltroncina, gli occhi chiusi quasi a metà. «Sei nipote dell’Ammiraglio Ivan Novikov?»

La ragazza tentenna. Si aspettava di certo una risposta differente. «No…»

L’ufficiale solleva le spalle. «E allora non mi interessa affatto.»

Ekaterina stringe le mani e mi punta un dito contro. «Lui non sta nel mio alloggio!»

Le mani dell’ufficiale si congiungono come a preghiera. «L’alloggio è tuo quanto suo, visto che è – fino a prova contraria – di proprietà della Flotta Astrale. E poi di che ti lamenti: ti sei beccata un ingegnere. Sono certo che la tua amichetta saprebbe solo chiamare aiuto se il lavandino perdesse.» La testa dell’uomo in indica con un cenno. «E, probabilmente, manderebbero lui ad aggiustarlo.»

Lei mi fissa, il labbro superiore alzato. I suoi occhi castani passano sul mio corpo come se cercasse delle ferite purulenti di cui potersi lamentare. «Sei un idraulico?» Dalla sua espressione sembra sia appena uscito da una fossa biologica bloccata.

Stringo la tracolla del borsone che non ho ancora posato a terra da quando siamo entrati nell’Ufficio. «No, io…»  Adesso te lo faccio vedere io, chi sono! «…io sono a capo della squadra per i test sulle reti neurali.»

Lei resta a bocca aperta, mi fissa, guarda l’Ufficiale alla Coperta. Le sue labbra tremano. «Mi… mi avete messa co… con un macellaio che si crede un hacker? State scherzando?»

Grano gli occhi. «Ehi!» Che… che carogna!

L’Ufficiale di Coperta prende il tablet e controlla qualcosa. Alza lo sguardo sulla ragazza. «Novikov, il tuo fascicolo sostiene che sei stata assegnata alla Alabarda degli Astri per il tuo addestramento come Responsabile della Comunicazione Civile-Militare.» L’uomo abbassa la tavoletta. «Un buon RCCM dovrebbe mostrare rispetto verso le altre persone, indifferentemente dal loro lavoro, posizione sociale e menate simili: potresti esercitarti in questa pratica con Clerici.»

Ekaterina stringe le mani, inspira e apre la bocca. Distende le dita, espira e si volta. La porta si chiude alle sue spalle senza che la stronza aggiunga una parola.

Mi volto verso l’Ufficiale, che sta ancora fissando l’ingresso. Sospira e si mette seduto meglio. Intercetta il mio sguardo. «Sarebbe stato meglio se il computer ti avesse messo insieme al tuo amico, Clerici, ma non posso farci nulla.»

Mi gratto dietro un orecchio. «Grazie comunque…»

«In ogni caso, tra due mesi potrai fare richiesta di cambiare alloggio.» Torna a fissare la porta. «Ma sono certo che quella influencer con la divisa da astronauta ti risparmierà il disturbo di farlo di persona.»

Sono di nuovo fermo davanti alla porta dell’alloggio 42, ancora con la sacca che pende da una mia mano. La volta precedente avevo timore di incontrare una persona spiacevole, adesso ho la certezza che chi mi aspetta dall’altra parte è una ragazza bellissima che mi detesta.

La mano si rifiuta di avvicinarsi allo scanner accanto alla porta, nemmeno si tratti di un cane ringhiante con la schiuma alla bocca. Devo fare forza su me stesso.

I pannelli scivolano nel muro, stringo i denti e porto un piede qualche centimetro indietro, come mi avevano insegnato all’Accademia per assorbire un colpo senza cadere all’indietro.

L’attacco verbale o fisico non arriva. Ekaterina è su uno dei due letti, sdraiata su un fianco. Ha in mano un oloproiettore sopra il quale compare il busto semitrasparente di una ragazza.

Gli occhi castani di Ekaterina si spostano dalla sua interlocutrice su di me. Le labbra della ragazza si tirano nella parodia di un sorriso, gli occhi le si chiudono appena come se il naso le prudesse e stesse per starnutire. «Ah, sei tornato.»

La ragazza nell’ologramma si agita. «È lui?» La voce è acuta ma melodica, gli occhi a mandorla. L’amica che Ekaterina aveva nominato prima, dall’Ufficiale di Coperta? «Fammelo vedere quello str—»

«Shhh…» Ekaterina la zittisce come si fa con una bambina piccola. «Non preoccuparti, Nao, va tutto bene,»

«”Tutto bene”‽ Mi hanno messo con una sudamericana che non ha detto tre parole nell’ultima…» La ragazza giapponese solleva le mani, chiude gli occhi e sospira. «Perdonami, Eka… Volevo dire: Ekaterina.»

La bionda annuisce. «Così va meglio. Ci vediamo dopo.» Spegne l’oloproiettore prima ancora che Nao riesca a rispondere e lo appoggia sul comodino.

Si spinge con una mano e si siede. Mi studia come se fossi uno strano animale. «Vuoi entrare o preferisci restare sulla porta come faceva il mio cucciolo di tigre dai denti a sciabola?» Scuote la testa, un sorriso strano sulle labbra. «Che sciocco animale era quello…»

Non riesco a staccare gli occhi da lei, e non so se per la perfezione del suo corpo o per paura della mia incolumità, fisica o psicologica. Entro nell’alloggio e mi avvicino al letto libero. «Prendo questo, se non è un problema…» Ci appoggio sopra la sacca con le uniformi.

Ekaterina imprime una nota di allegria nella sua voce. «Quello dalla parte del gabinetto? Un’ottima idea. Mi spiace non essere stata tanto previdente, così la notte non ti disturberei ad andare in bagno.»

Il cuore mi batte nelle tempie, la mascella serrata. Apro la cerniera della sacca e ne estraggo la prima uniforme: la maglia è arancione, con alcune tasche per gli attrezzi e un paio di attacchi sulle spalle per i comunicatori e le luci o i sensori. La stendo sul letto ed estraggo i pantaloni. Sono color sabbia, con lunghi tasconi sui lati e le ginocchiere rinforzate.

La voce di Ekaterina proviene dalle mie spalle. «Oh, hai davvero uno splendido capo di abbigliamento per lavorare con… Cosa hai detto che fai, qui a bordo? L’idraulico?»

Le mie dita si stringono sul tessuto dei pantaloni dell’uniforme. «Sono un tecnico delle reti neurali.» Mi volto, l’espressione a metà tra l’annoiato e il divertito della ragazza appare oltre la grata bianca che divide i due letti. «Sono il responsabile della squadra che deve testare le reti neurali sulla prima nave della Flotta a farne uso.»

Ekaterina spiana una piega del copriletto. «Oh, affascinante… deve essere interessante sentirti parlare di cavi, nodi… e altre cose così.»

Il fiato mi esce dal naso con un sibilo, la mascella mi duole. Mi giro e stendo i pantaloni sopra il letto, accanto alla maglia.

«Quindi,» il letto alle mie spalle cigola appena, «quando eri sulla Terra cosa facevi?»

Prendo la seconda maglia. È identica alla precedente. «Lavoravo nell’edilizia.» E no, non facevo l’idraulico. «Crescevo reti neurali in grandi edifici.» Appoggio la maglia sull’altra.

«Chissà se hai mai lavorato in un’azienda del mio vecchio? Sarebbe ironico se una delle eredi della famiglia Novikov scoprisse di condividere l’alloggio con un operaio del padre…»

Sollevo i pantaloni dalla sacca. Il tessuto non è morbido come la tuta da lavoro che usavo fino a pochi giorni fa, ma è molto più leggero. Non posso escludere che abbia anche un livello di protezione maggiore per la folgorazione, gli acidi e le—

«E sei sposato… Come hai detto di chiamarti?»

Apro la bocca e inghiotto un profondo respiro. Devo sopportarla ancora per due mesi prima di poter chiedere il trasferimento in un altro alloggio? Metto i pantaloni sopra gli altri. «Carlo. E no, non sono sposato.»

Qualcosa fruscia alle mie spalle. «Non c’è nessuna donna – o uomo – che ti aspetta sulla Terra?»

Mi sento mancare il fiato. Stronza… Apro la bocca per risponderle, per gettarle in faccia che amo Chiara, lei mi ama, e siamo una coppia fantastica… ma mi trattengo. Non potrei sopportare l’idea che quella stronza possa prendere in giro la mia ragazza.

Ekaterina non aspetta una risposta. «Ritieniti fortunato che sei solo: io ho ben tre uomini che cercano in ogni modo di avere la mia attenzione.»

Nella sacca ci sono delle magliette di un ocra sbiadito e, in una busta di plastica, un paio di piastrine identificative con il mio nome. «Sono contento per te.» Prendo una piastrina: il nome e il cognome sono scritti correttamente.

«Uno è un politico. Ha l’ambizione di voler essere eletto Presidente di… non ricordo che posto in Europa. Continua ad annoiarmi con le sue proposte di matrimonio. Come se essere a capo di uno stato lo renda speciale… roba da matti, vero, Carlo?»

Il comunicatore è una scatola grigia con un paio di led, più piccolo di quelli che usavo in cantiere. Lo giro in una mano. Deve avere pure qualche sistema di criptaggio dei dati…

«Un altro è un imprenditore che ha qualche miniera sperduta nella fascia di asteroidi tra Marte e Giove. È arrivato a chiedere la mia mano a mio padre, nemmeno fossi una principessa delle favole!» Ekaterina ridacchia. «Ma so benissimo che lo vuole fare solo perché ha intenzione di prendersi la multiplanetaria di papà… povero fallito.»

Avvicino il comunicatore agli occhi. Una serie di icone di avvertimento su un lato spiegano che—

«E poi ce n’è un altro, uno sportivo di palla zeroG. Che sport noioso, gente che salta da un lato all’altro di un cubo nello spazio per gettarla in un anello che ruota al centro… come possono inventare qualcosa di tanto insulso. Dice di amarmi tanto, ma quando la sua squadra ha vinto alle ultime Olimpiadi e lo stavano intervistando, non mi ha nemmeno salutata… Tu, Carlo, fai qualche sport? Uhm, a guardarti non semb—»

Stringo tra le dita il comunicatore e mi volto. «Stammi a sent…»

Ekaterina è seduta sul letto, il suo corpo nudo in parte celato dietro alla grata che divide i nostri letti. I seni sono grossi, rotondi. Le aureole sono chiare e i capezzoli piccoli. Il busto si stringe alla vita e due nei marroncini, uno tra le tette e uno accanto all’ombelico, sembrano dei minuscoli difetti aggiunti apposta per valorizzare ancora più la perfezione del resto del corpo.

Lei ride. «Ehi, Carlo, è la prima volta che vedi una donna nuda?»

Troppi pensieri si affastellano nella mia mente, priva di sangue che si sta fermando nel mio basso ventre. «Io…» La bocca mi si muove ma non esce una sola parola.

Ekaterina solleva una gamba - la sua figa si apre davanti a me – e la appoggia sul letto. «Sono certa che quelli che pagavano per i miei stream su Internet dovevano avere la tua stessa espressione quando mi spogliavo nuda e iniziavo a giocare con un vibratore.» Solleva l’altra gamba e si sdraia. «Spero non sia un problema se uso il mio telero. Sai, i miei tre corteggiatori hanno promesso di inviarmi orgasmi ogni giorno… Ci tengono che mi ricordi di loro.»

Una mano passa sulla tasca dei pantaloni, il rigonfiamento causato dalla scatolina che Chiara mi ha regalato qualche ora prima sfrega contro il palmo. La ragazza non usa nulla.

«A diciassette anni, quando ho cominciato con lo streaming, ho convinto mia madre a farmi iniettare delle nanomacchine che hanno costruito un telero nella mia colonna vertebrale, collegato direttamente ai nervi.» Ekaterina si mette più comoda sul letto e lascia sprofondare la testa nel cuscino. «È più comodo, non ci sono oggetti da usare. Ci vuole un po’ di pratica per usarlo, ma è fantastico.»

Inspira a fondo, un tremito la scuote. Chiude gli occhi. «Iniziamo con l’orgasmo che mi ha mandato lo sportivo.» Si morde il labbro inferiore, geme, apre la bocca, mugugna. Si afferra le tette e geme. «Laurent, scopami, scopami!»

I polmoni mi bruciano: è da quando mi sono voltato che non respiro. Le dita che stringono il comunicatore mi fanno male. Se l’oggetto non fosse militare, l’avrei di certo fatto a pezzi. Non devo guardare quella stronza che sta godendo, che lo sta facendo davanti a me di proposito per farmi impazzire.

Il collo non mi si muove, gli occhi restano incollati sul suo corpo perfetto che si scuote, i gemiti sono l’unico suono nell’alloggio. Il mio respiro segue i suoi ansimi, l’erezione è dolorosa, il cazzo è in una posizione che lo distorce. Impedisco alla mia mano di infilarsi sotto la cintura e afferrarlo.

Ekaterina stringe i denti e la sua schiena si arcua. Le sue gambe tremano e i suoi muscoli si contraggono.

Deglutisco ma non scende nulla nella gola. Il profumo di sesso della ragazza colma l’aria della stanza. Mi strapperò i capelli se non scarico l’eccitazione che mi sta opprimendo.

Lei cade sul letto, apre la bocca e ansima come se avesse appena fatto uno sprint. Gocce di sudore le colano sulla fronte, ci passa sopra una mano. Socchiude appena gli occhi, sospira e sorride. «Un buon amante, ma è sempre stato troppo veloce…»

Mi lancia un’occhiata. «Tu non hai un telero per… Ah, già: non hai nessuno sulla Terra.» Di nuovo quel sorriso di sufficienza compare sul suo volto. Abbassa una mano sull’inguine e si passa un dito tra le piccole labbra marroncine e luccicanti. «Ma non c’è bisogno che ti preoccupi: puoi chiamare la mia amica Nao, si è fatta assumere come “assistente per la salute mentale dell’equipaggio”. Le piace far credere agli altri di essere una psicologa…» Il suo sguardo scivola sui miei pantaloni, le labbra le si allargano ancora più. «Sì, è meglio se la contatti… se non è già impegnata con qualcun altro.»

Boccheggio, l’afrore di sesso è una cappa nella stanza che mi schiaccia. Ma la stronza ha ragione: se non soddisfo il mio bisogno di scopare, impazzisco. O mi ritrovo con ho un infarto.

Faccio un passo per girarmi, ne faccio un altro verso il gabinetto. Il cazzo viene schiacciato dal tessuto dei pantaloni, martoriato dalla cucitura della patta. È un dolore unico raggiungere la porta e chiudermela alle spalle, spegnere le parole di Ekaterina sull’amante politico e le sue capacità di scopatore.

 Crollo sfinito appoggiato al lavandino. Il cuore mi esplode nei timpani, la testa è leggera e lo stomaco sottosopra. «Cazzo…» Devo spegnere il bisogno di godere che mi sta distruggendo.

Getto la mano nella tasca e ne cavo la scatolina. La mano mi trema nell’appoggiarla sul ripiano del lavandino e vi cade dentro, lo percorre con mezzo giro e si ferma contro il tappo dello scarico. Le nanomacchine non ci sono cadute dentro, vero?

Mi sbottono i pantaloni e li abbasso, mi tolgo il cazzo in tiro dalle mutande. È bollente, duro come non ricordo lo sia mai stato. La cappella è uscita dalla pelle per tutta la sua dimensione, sparge un odore pungente di eccitazione che mi strizza le narici.

Respiro con la bocca, la testa mi gira. Prendo il telero con la mano sinistra, lo volto con le dita, mi scivola e rimbalza sul metallo del lavandino.

«Cazzo…» sibilo.

Lo riprendo e appoggio l’incavo sulla punta della cappella. Il prurito che ho provato nel gabinetto della stazione orbitale con Chiara si ripresenta. Il telero è pronto.

Adesso come funziona? Devo… L’orologio vibra e si illumina di giallo. Sul display appare la scritta: “Telero prontoFai impazzire Chiara ♥” e una sotto: “Registrazione in corso”.

Afferro il cazzo nell’asta. Cos’aveva detto Chiara? Di segarmi pensando a lei?

Di segarmi pensando intensamente a lei.

Deglutisco e prendo una boccata di aria. Ok.

Inizio a muovere la mano avanti e indietro, il suono della pelle che scorre riempie il bagno. Quella stronza di Ekaterina mi ha eccitato a morte? E io uso la cosa per…

«Cazzo!» Devo pensare a Chiara, non a Ekaterina, o sarà inutile spararmi una sega!

Chiudo gli occhi, Chiara compare nella mia mente nuda, sdraiata sul nostro letto, mi sorride, i lunghi capelli rossi sono sparsi sul copriletto. “Carlo, fammi godere come sai fare solo tu!” Si tocca le tettine, più piccole di quelle di…

«Merda!» Devo smettere di pensare alla stronza che sta godendo lì fuori!

Chiara si apre la passera con due dita, passo la lingua tra le sue piccole labbra, il sapore del suo sesso mi fa impazzire. La penetro con due dita, le muovo nella sua vagina. Le estraggo che brillano di desiderio e le avvicino alla bocca della ragazza. “Senti com’è il sapore dell’ambrosia, amore…”

Lei le succhia e sorride. “Sei tu che mi ecciti e mi fai avere questo gusto, Carlo.” I suoi capelli sono biondi, le sue bocce sono diventate rotonde, grosse.

Strizzo le palpebre e stringo i denti. Sparisci dalla mia mente, stronza!

Ekaterina sorride beffarda. “Mi vuoi, come mi vuole qualsiasi uomo.” Afferra il mio cazzo e si mette seduta. Mi guarda negli occhi. “E adesso ti mostro perché tutti mi desiderano”.

Abbassa la testa sul mio inguine, apre le labbra e la punta del mio uccello scivola dentro la sua bocca. La lingua si muove sulla mucosa, accarezza la corona, sfiora il meato. Un brivido corre lungo la mia schiena, i miei polmoni si riempiono di aria viziata dall’odore di eccitazione. «Cazzo… sì…»

Ekaterina muove la testa avanti e indietro, il suono viscido del mio pene che scivola nella sua bocca è delizioso, la sua saliva che cola dalle sue labbra e cola sulle grosse tette è uno spettacolo.

Le afferro i capelli sulla nuca e le blocco la faccia contro il mio inguine, la cappella le sprofonda in gola. «Fammi godere, troia!» ringhio.

Le palle si strizzano, un senso di malessere esplode nel mio inguine. Stringo i denti, l’uretra mi brucia. L’orgasmo mi colpisce la testa come una mazzata, è lava quella che schizza dal meato. Il piacere mi riempie e mi svuota come le onde di un terremoto, scivola via come calore che evapora dal mio corpo. Riempio i polmoni, l’aria mi esce con gemito.

Le gambe mi tremano, afferro il lavandino prima di crollare. Un capogiro mi colpisce alla testa e allo stomaco. «Cazzo…» Non ho mai goduto così tanto con…

Spalanco gli occhi. Un Carlo mi fissa con le pupille dilatate, bianco sotto il rossore della scopata, dallo specchio sopra il lavabo.

«Cazzo… Mi sono segato pensando a Ekaterina…»

Il cuore mi batte in gola. Sollevo l’orologio: lo schermo è bordato di rosso. La scritta: “Registrazione fallita, soggetto errato ⚠” compare al centro. Chiudo gli occhi, le spalle pesano quintali. Tutta l’aria nei polmoni mi esce dal naso. «No…» Ekaterina è riuscita a entrarmi nella mente fino al punto di prendere il posto della mia ragazza…


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