Capitolo 1 - un ultimo saluto al cugino
Lucrezia, la nobile troia saluta il tanto Amato cugino prima di andare oltreoceano per diventare moglie di un duca.
Mi guardai allo specchio un'ultima volta, la debole luce della candela che danzava sulla mia figura. Tutti, in questa immensa magione, mi consideravano un trofeo. La casta Lucrezia, la vergine intoccabile, la promessa sposa del decrepito e ricchissimo Duca di Roccaforte.
Sorrisi al mio riflesso, un sorriso che non aveva nulla di pio. La verità era che il mio corpo non era fatto per la castità, né per le fredde lenzuola di un matrimonio di convenienza. Avevo una fisicità troppo viva, troppo ingombrante per i corsetti rigidi in cui cercavano di seppellirmi. Ero morbida e armoniosa, con forme piene e curve ben definite che attiravano gli sguardi degli uomini come calamite e l'invidia velenosa delle dame di corte. Il mio seno era il mio peccato più evidente: pieno, rotondo, prosperoso. Due seni pesanti e perfetti che creavano una curva irresistibile sul petto, una promessa di abbondanza che rendeva la mia silhouette sfacciatamente femminile.
Mi sciolsi i capelli scuri e mossi, raccogliendoli alla bell'e meglio sotto un leggero foulard di seta scarlatta. Lasciai cadere ad arte qualche ciocca lungo i lati del mio viso dolce e ovale. L'incarnato caldo della mia pelle liscia e luminosa faceva da contrasto con le mie ciglia scure e le sopracciglia leggermente arcuate, che incorniciavano due occhi grandi, profondi e fin troppo consapevoli. Il mio naso piccolo e proporzionato guidava lo sguardo verso la mia bocca: labbra piene, con quella inferiore più carnosa e voluminosa, naturalmente socchiusa in un'espressione calda e invitante.
Slacciai la veste da notte, lasciandola scivolare lungo il collo morbido e le spalle arrotondate. Sotto la seta sottile, il mio corpo era un inno alla sensualità naturale. La vita era leggermente definita, scendendo dolcemente verso un addome naturale, con quella lieve e sensuale morbidezza che mi rendeva una donna vera, non una statua di marmo. I miei fianchi erano pieni, le cosce morbide ma solide, e il mio sedere compatto e rotondo dava un equilibrio perfetto alla mia figura sinuosa.
Non avrei mai concesso tutto questo a un vecchio estraneo. Il mio corpo era mio. E stanotte, avrei deciso io a chi donarlo.
Uscii dalla mia stanza, i piedi nudi sul pavimento freddo. Percorsi i corridoi silenziosi fino ad arrivare all'ala est. Lì dormiva mio cugino, Alessandro. Giovane, sfacciato, con due spalle larghe che avevo spiato fin troppe volte durante i suoi allenamenti a cavallo. Era un tabù, un gioco pericoloso. E proprio per questo lo volevo.
Spinsi la porta della sua camera. Non era chiusa a chiave. Lui era steso supino, il petto nudo che si alzava e si abbassava ritmicamente. Mi avvicinai al letto in silenzio, come una predatrice. Mi sedetti sul bordo, il materasso che cigolò appena sotto il peso dei miei fianchi pieni.
«Alessandro...» mormorai, la voce roca, carica di una tensione che covavo da settimane.
Lui aprì gli occhi di scatto. Si tirò su sui gomiti, sbattendo le palpebre nella penombra. Quando mise a fuoco la mia figura, il suo respiro si bloccò. «Lucrezia? Che diavolo ci fai qui? È notte fonda. Se ci scoprono... tu sei la promessa sposa del Duca.»
«Al diavolo il Duca,» sussurrai, sporgendomi verso di lui. Le mie braccia morbide e toniche si appoggiarono al suo petto caldo. Sentii il suo cuore iniziare a martellare contro i miei polsi sottili. «Domani mi imbarcheranno su quella goletta per portarmi da lui. Ma stanotte sono ancora qui. E sono tua, se mi vuoi.»
I suoi occhi scesero sul mio décolleté, dove la veste si era aperta, rivelando il solco profondo tra i miei seni. Lasciai che guardasse. Lasciai che capisse cosa stava rischiando, e cosa stava vincendo.
«Sei impazzita...» sussurrò lui, ma la sua voce era già rotta dal desiderio. Non si ritrasse. Anzi, la sua mano si alzò, esitante, fino a sfiorare la pelle nuda della mia spalla. Un brivido mi percorse la spina dorsale.
«Forse,» risposi, umettandomi le labbra. Mi avvicinai ancora, il mio volto a un soffio dal suo. «Dimostrami che non sono l'unica a essere impazzita.»
Presi la sua mano con le mie dita delicate e la guidai verso il basso, posandola direttamente sul mio seno, proprio sopra il tessuto sottile. Lui emise un verso strozzato, un misto di shock e puro piacere nel sentire la pienezza del mio corpo riempirgli il palmo. Il calore della sua mano ruvida contro la mia pelle accese un incendio nel mio basso ventre.
«Sei così morbida...» mormorò, ormai completamente ipnotizzato. Le sue dita iniziarono ad accarezzarmi, il pollice che sfiorava il capezzolo che si stava già inturgidendo contro la stoffa.
«Spogliami, Alessandro,» gli ordinai, con una voce che non ammetteva repliche, abbandonando del tutto la maschera della ragazza innocente. «E fammi dimenticare che domani dovrò partire.»
La sua risposta fu un bacio. Un bacio urgente, affamato, che spazzò via ogni traccia del nostro legame di sangue per lasciare spazio solo a un uomo e a una donna. La sua lingua cercò la mia, esplorando la mia bocca con una foga che mi fece gemere. Mentre mi baciava, le sue mani scesero sui miei fianchi pieni, stringendomi con forza per tirarmi sopra di lui.
Cavalcai il suo bacino, sentendo immediatamente la sua erezione dura e pulsante premere contro la mia intimità attraverso il tessuto leggero dei suoi pantaloni da notte. Mossi il bacino in modo circolare, strofinandomi contro di lui, godendo del gemito profondo che gli strappai dalle labbra.
Con un gesto fluido mi sfilò la veste da notte. Il tessuto scivolò via, lasciandomi completamente nuda alla luce della luna. Alessandro mi guardò come se fossi una visione divina, lo sguardo che indugiava sulla curva del mio addome, sulla rotondità dei miei seni, sulla pelle che brillava di sudore e desiderio.
«Sei perfetta,» ansimò, prima di chinarsi in avanti e prendere un mio capezzolo tra le labbra. Lo succhiò con forza, mentre la sua mano scendeva lungo la mia coscia morbida, risalendo verso il mio centro già umido e pulsante. Inarcai la schiena, affondando le dita nei suoi capelli.
La notte era appena iniziata, e la mia ribellione aveva finalmente preso fuoco.
L'alba aveva i colori freddi e spietati del metallo quando mettemmo piede sulla goletta. L'aria salmastra mi pungeva il viso, sferzando il mantello di velluto che mi avvolgeva. Dietro di me, Maria e Dorita, le mie domestiche, tremavano più per il terrore del mare che per il freddo mattutino. Io, invece, tenevo il mento alto. Recitavo la parte della pedina rassegnata, la nobildonna casta che andava docilmente incontro al suo destino di seta e noia. Nessuno, guardandomi, avrebbe potuto immaginare il fuoco e il peccato che mi avevano consumata solo poche ore prima.
Navigammo per ore. Il dondolio costante della nave quasi mi cullava, finché un boato assordante non mi fece sobbalzare, facendomi cadere in ginocchio sul ponte di legno.
Un secondo tonfo, ancora più violento. Un proiettile di cannone aveva appena squarciato la fiancata di prua, tranciando di netto le catene dell'ancora e facendo piovere schegge taglienti tutt'intorno. Poi, il sole fu oscurato da un'ombra imponente. Una nave nera come la pece ci si era affiancata con una manovra letale, e dal pennone più alto sventolava, fiera e spietata, una bandiera nera.
Pirati.
Il caos esplose in un istante. Rampini di ferro volarono oltre il nostro parapetto, agganciandosi al legno con stridori agghiaccianti. Uomini urlanti, sporchi e armati fino ai denti si riversarono sul nostro ponte come un'orda di demoni. Le guardie del Duca, eleganti ma impreparate, caddero una dopo l'altra in pozze di sangue, trafitte da sciabole e pugnali. Maria e Dorita urlavano a squarciagola, rannicchiate dietro i nostri bauli che venivano già divelti e saccheggiati.
Io ero paralizzata dal terrore, schiacciata contro l'albero maestro. Poi, i loro sguardi incrociarono il mio. Il mantello mi era scivolato dalle spalle, rivelando la scollatura del mio vestito da viaggio che, per quanto castigato, non poteva celare la prorompente abbondanza delle mie forme.
«Ehi, guardate un po' cosa abbiamo qui!» sbraitò uno di loro, un uomo con la barba incrostata di sale e gli occhi spiritati dalla bramosia, indicandomi con la punta della spada sporca di sangue. «Pigliate la zizzona! Vogliamo la zizzona!»
«Prendetele tutte, ma la vaccona con quelle belle mammelle la porto io!» gli fece eco un altro, sghignazzando sguaiatamente. «Magari ci fa dare una poppata prima di portarla al Capitano!»
Il disgusto e il panico mi strinsero la gola in una morsa. Mi voltai di scatto, sollevando le gonne pesanti per cercare di correre verso il portello della stiva e nascondermi nel buio, ma i miei vestiti ingombranti mi rallentavano.
Sentii dei passi pesanti, rapidissimi, tuonare alle mie spalle. Un istante dopo, due braccia spesse come tronchi di quercia mi si strinsero intorno alla vita, sollevandomi di peso dal pavimento della nave.
Era un gigante. Puzzava di sudore rancido, rum e polvere da sparo. Si avvinghiò alla mia schiena come una bestia affamata, schiacciandomi contro il suo petto massiccio. Le sue mani, enormi e ruvide, ignorarono ogni decenza e piombarono brutalmente sul mio petto. Iniziò a palparmi con violenza inaudita, strizzando e mungendo i miei seni attraverso la stoffa spessa del corpetto con una foga animalesca.
«Guarda che belle mammelle questa vaccona...» grugnì direttamente contro il mio orecchio, il fiato caldo e fetido che mi faceva rivoltare lo stomaco. «Così pesanti... così piene...»
Mentre mi stuprava con le mani, il suo bacino iniziò a spingere contro i miei glutei. Sfregava la sua eccitazione contro le mie gonne con movimenti osceni, rozzi e violenti, cercando di mimare l'atto in mezzo al massacro che ci circondava.
Per un secondo, la paura minacciò di spezzarmi. Ma io non ero la docile sposa di nessuno. La stessa ribelle che la notte prima aveva sottomesso e cavalcato il proprio cugino riemerse in un impeto di pura rabbia. Non sarei stata il giocattolo di un cane rognoso.
Sfruttai il suo stesso ritmo viscido. Quando spinse il bacino in avanti contro di me, piantai con tutta la forza della disperazione il tacco rigido del mio stivale di cuoio dritto sul suo piede. Il gigante emise un ululato rauco di dolore, allentando la presa sui miei seni solo per una frazione di secondo. Fu sufficiente.
Mi inarcai in avanti e gli sferrai una gomitata brutale, affondando l'osso dritto nelle sue costole. L'uomo barcollò all'indietro, imprecando. Mi divincolai dalla sua morsa e mi voltai verso di lui, il petto ansante che si alzava e si abbassava rapidamente.
Lui fece per afferrarmi di nuovo, gli occhi iniettati di sangue e rabbia. Senza esitare un battito, raccolsi tutta la saliva che avevo in bocca e gli sputai dritto in faccia.
Mentre lui si portava d'istinto una manaccia al volto, accecato per un istante, mi voltai e mi lanciai in una corsa disperata, fuggendo via alla cieca nel fumo, tra le urla e il caos del ponte, cercando disperatamente un rifugio prima che l'inferno mi inghiottisse del tutto.
La mia fuga fu un'illusione durata il tempo di un battito di ciglia.
Il fumo denso e scuro dei cannoni mi disorientò, facendomi inciampare nei detriti del ponte. Non feci in tempo a rialzarmi che due mani scabre e sporche di sangue mi afferrarono brutalmente per i capelli, strappandomi un grido acuto, mentre un altro corsaro mi bloccava le braccia torcendomele dietro la schiena.
Mi strattonarono senza pietà, costringendomi a restare in piedi. Attraverso le lacrime di panico che iniziavano a pungermi gli occhi, vidi una scena che mi raggelò il sangue: Maria e Dorita urlavano e scalciavano, caricate di peso sulle spalle di altri due tagliagole che ridevano sguaiatamente, portate via come sacchi di patate verso l'oscurità della nave nera.
«Maledetta puttana rammollita!» sbraitò uno dei due che mi teneva, sferrandomi uno schiaffo così violento da farmi girare la testa. Il sapore metallico del sangue mi invase la bocca, mentre il mondo mi girava intorno. «Credevi di scappare, eh, cagna?»
Poi, la folla di pirati si aprì. Il gigante a cui avevo sputato avanzava verso di me. Era una montagna di muscoli e rabbia pura, il respiro pesante che gli gonfiava il petto villoso. Si pulì la guancia con il dorso della mano gigantesca, fissandomi con due occhi neri e spietati, gonfi di una furia bestiale.
«Tenetela ferma, quella vacca schifosa!» ruggì, la voce che sovrastava il rumore del massacro.
Cercai di divincolarmi, di scalciare, ma la stretta dei due scagnozzi era una morsa d'acciaio. Ero completamente in loro balia. Il gigante mi arrivò addosso in tre falcate. Con un gesto fulmineo, sguainò la sua sciabola incrostata di salsedine e sangue fresco, e ne premette il filo freddo e tagliente direttamente contro la mia gola.
Il gelo della lama a contatto con la mia pelle calda mi paralizzò all'istante. Smisi di lottare. Il mio respiro si fece corto, spezzato da singhiozzi incontrollabili che mi scuotevano il petto prosperoso in modo evidente.
«Ti piace sputare, maestà?» sussurrò lui, il volto a un palmo dal mio. Il suo alito sapeva di rum scadente e morte. «Sai cosa facciamo alle cagne arroganti su questa nave? Prima le apriamo in due, dal collo fino a quel bel visetto morbido. Poi le sbattiamo sul ponte, davanti a tutta la ciurma, e ce le passiamo finché non implorano di crepare. Ti farò urlare così tanto che ti si spaccheranno i polmoni, puttana. Ti riempirò di così tanto dolore che dimenticherai persino il tuo fottuto nome.»
«Vi prego...» piagnucolai, la voce rotta dal terrore puro, le lacrime calde che mi rigavano il viso e andavano a bagnare la lama. «Vi prego, vi supplico... prendete l'oro, i miei gioielli, prendete tutto... non uccidetemi... pietà!»
Ero tornata la fanciulla fragile che tutti credevano io fossi. La disperazione mi aveva piegata.
Il gigante mi fissò, lasciando che il mio terrore lo nutrisse. Poi, lentamente, spostò la lama dal mio collo, facendola scivolare con macabra lentezza lungo la curva del mio seno, proprio al centro della scollatura. I suoi occhi si abbassarono sulle mie forme, gonfie e ansimanti per il pianto.
Un sorriso osceno, carico di lussuria marcia, gli deformò il viso.
«Oro? Ci puliamo il culo con l'oro dei nobili,» grugnì, infilando una mano ruvida e sporca dentro il mio corpetto, afferrando uno dei miei seni con una prepotenza dolorosa, stringendo la carne morbida tra le dita callose. «Ma hai un fottuto colpo di fortuna, sgualdrina. Zizze come le tue non si trovano spesso in questi mari di merda. Una zizzona così piena e pesante è un peccato buttarla agli squali senza averla spremuta per bene.»
Aumentò la stretta sul mio seno, facendomi gemere di dolore e umiliazione. Con l'altra mano mi afferrò crudelmente il mento, costringendomi a guardarlo negli occhi. Il sapore della sconfitta e del pericolo assoluto mi soffocava.
«Ti terrò in vita, vaccona,» ringhiò, avvicinando le sue labbra umide al mio orecchio, la promessa di quel mistero oscuro e brutale di cui parla la regola non scritta di ogni racconto. «Ma ora... dovrai meritarti la salvezza.»
Il suo respiro caldo contro la mia pelle era un omenio di sventure. «Su, bestie!» urlò al resto della ciurma, la voce che echeggiava sul ponte di legno insanguinato. «Sbrigatevi a saccheggiare questa baracca! Tra un'ora saliamo tutti a bordo del Veleno Nero e facciamo festa!» Poi, abbassando lo sguardo verso i suoi due scagnozzi, sorrise mostrando i denti gialli e marci. «E voi due, maiali... levatevi quei cazzo di pantaloni. È ora di farci lavare questi arnesi.»
I due pirati ridacchiarono, un suono roco e disgustoso. Mi strattonarono, le loro mani come tenaglie, e mi sbatterono con violenza contro le ginocchia sul legno scheggiato del ponte. Il rumore secco del mio corpo che colpiva la superficie mi fece gemere di dolore.
«Se ti muovi, sei fottuta morta, zoccola» mi sibilò uno dei due in faccia, la bava agli angoli della bocca.
Vidi il gigante e i suoi uomini sfilarsi i pantaloni sporchi di stucco e sudore, tirando fuori tre membri flaccidi e luridi. Erano i primi tre che vedevo al di fuori di quello di Alessandro, e la vista mi fece vomitare in gola. Erano come serpenti addormentati, sporchi, con la pelle ruvida e le vene sporgenti. Un'ondata di pietà e terrore mi travolse. Le mie ginocchia tremavano, le lacrime scorrevano copiose sul mio viso.
«Sugalo, vacca!» mi ordinò il gigante, avvicinando il suo arnese alle mie labbra. «Lavacelo bene con la lingua, troia!»
Piangevo così forte che non riuscivo a capire, la mia mente si rifiutava di processare l'ordine. La puzza di sudore rancido, di urina stagnante e di mare mi raggiunse, mi strozzò. Tentai di allontanare la testa, ma una mano mi afferrò i capelli, strappandomi un urlo di dolore.
«Non è cosi che si fa, puttana!» ringhiò il pirata, colpendomi la testa con la mano aperta. «Ti avevo detto di sugare, non di guardare!»
L'altro rise. «Credeva che le avremmo offerto del tè, eh?»
«Non l'ho mai fatto!» supplicai, la voce rotta dal pianto. «Non so come si fa...»
«Allora impari subito, troia!» ringhiò il gigante, prendendomi per i capelli con una forza tale da farmi credere che mi stesse strappando via i capelli. Mi costrinse ad aprire la bocca e sbatté il suo cazzo contro le mie labbra, forzandomi ad accoglierlo. Il sapore era schifoso, acre, una miscela di sale, sudore e qualcos'altro che non volevo nemmeno immaginare.
Iniziò a muoversi, a spingere, a scoparmi la bocca con una violenza che mi fece lacrimare gli occhi. Mi prendeva per i capelli, usandoli come redini, mentre i suoi colpi diventavano sempre più profondi. Mi sentivo soffocare, il suo cazzo riempiva la mia gola, mi faceva venire il conato.
I suoi compagni ridacchiavano, eccitati. Il secondo prese il suo posto, il suo cazzo più piccolo ma più contorto. Si fece vivo contro le mie labbra, e io, spinta dalla paura e dalla disperazione, lo accolsi. Anche lui iniziò a scoparmi la bocca con la stessa brutalità, i suoi gemiti di piacere si mescolavano ai miei singhiozzi.
Il terzo era il peggio. Il suo cazzo era il più grande e più sporco, coperto di un materiale biancastro e denso. Mi costrinse a prenderlo in bocca, e quando cercai di respingerlo, mi schiaffeggiò di nuovo, ancora più forte. «Succhia, cagna! E non devi masticare, cazzo!»
A turno, i tre mi usarono, i loro corpi sudati che si pressavano contro il mio, i loro odori che mi invadevano le narici, i loro sputi che mi colpivano il viso. Mi sentivo un oggetto, un buco da riempire. Ma mentre la vergogna mi ustionava le guance, una scintilla di rabbia cominciò a ardere in me. Non era solo disperazione. Era altro. Era la voglia di sopravvivere, di farcela, di non piegarmi.
«Vedi, puttana? Allora si può imparare!» ringhiò uno di loro, stringendo i miei capelli come le redini di una bestia e spingendo il suo cazzo più a fondo. Mi sentivo la gola strapparsi, i conati che mi salivano, ma la rabbia che bruciava dentro mi dava una forza che non credevo di avere.
Si passarero la mia testa a turno, un gioco crudele, i loro corpi sudati e sudici che mi si pressavano contro il viso. Mi usavano, mi violentavano, si godevano la mia umiliazione con bestiali gemiti di piacere.
«Che bocca più calda di una fica!» urlò uno, ridendo.
«E si lamenta come una troia quando la si scopa bene,» rispose l'altro, dandomi un colpo secco sul fondoschiena.
Il gigante li osservava, un sorriso avido sul volto, si accarezzava il cazzo ancora sporco dei miei saliva. Poi, con un cenno del capo, li fece allontanare.
«Basta così, maiali. È il mio turno.»
Mi sbatté a terra con una violenza che mi tolse il fiato. La schiena colpì il legno duro del ponte, la testa rimbalzò. Mi sentii confusa, dolorante. Lui si inginocchiò tra le mie cosce, le sue mani callose che mi strappavano il corpetto, i bottoni che volavano via.
«Adesso vediamo che c'è sotto,» sibilò, la sua voce un ringhio di pura lussuria. «Vediamo se questa fica è così stretta come sembra.»
Le sue dita affondarono nella stoffa della mia gonna, pronte a lacerarla. La paura tornò a travolgermi, gelida e paralyzzante. Chiusi gli occhi, pronta al peggio.
«basta, gorilla imbecille!»
La voce era un colpo di frusta, tagliente e autoritaria. Il gigante si bloccò, la sua mano sulla mia gonna. Alzò lo sguardo, lo sguardo si fece torvo.
«Chi cazzo osa...»
Si interruppe quando vide l'uomo che si era avvicinato. Era alto, imponente, ma la sua autorità non derivava dalla forza bruta, ma da un'aria di comando innata. Vestiva con uno sfarzo che stonava con la rozzezza dei suoi uomini: un cappotto di velluto nero, una camicia di seta bianca, stivali di cuoio finissimo. I suoi capelli neri erano legati in una coda, il suo viso era duro, ma i suoi occhi... i suoi occhi erano acuti come punte di diamante, mi trafiggevano, mi sezionavano.
«Ti stai dimenticando chi sei, Bruto?» disse l'uomo, la voce fredda come il ghiaccio. «Ti stai dimenticando chi comanda qui.»
Bruto, il gigante, si alzò lentamente, il suo corpo teso come una molla. «Capitano...»
«Questa zizzona è mia,» tagliò corto l'uomo, il Capitano. «Solo mia. La tua parte è l'oro, non la fica.»
Bruto aggrottò le sopracciglia, il suo orgoglio ferito. «Ma...»
«le hai appena scopato la bocca,» lo interruppe il Capitano, la sua voce carica di disprezzo. «E già è troppo. Non mi vedo più il cazzo in quella bocca che hai sfondato tu, maiale. Non voglio i tuoi resti sporchi. Ora vattene e non farmi più vedere la tua faccia da idiota.»
Bruto si morse il labbro, i pugni stretti. Per un istante, pensai che avrebbe potuto reagire, che avrebbe potuto sfidare il suo capitano. Ma poi, la sua spina dorsale si piegò. Abbassò lo sguardo, un brontolio di rassegnazione gli uscì dalla gola.
«Come volete, Capitano.»
Fece un cenno ai suoi due compari e i tre se ne andarono, le loro risate sguaiate che si perdevano nel frastuono del saccheggio.
Rimasi sola con lui. Il Capitano.
Il silenzio cadde tra noi, pesante, carico di un'energia diversa. Più elettrica, più pericolosa. Mi sentii nuda, esposta, non solo fisicamente, con il mio corpo vulnerabile sul legno del ponte, ma anche psicologicamente. I suoi occhi mi scandivano, non con la lussuria rozza di Bruto, ma con un'intelligenza acuta, calcolatrice. Mi guardava come si guarda un oggetto prezioso, un pezzo da collezione, qualcosa da conquistare, non da distruggere.
Si chinò verso di me, il suo volto si avvicinò al mio. Il suo odore era diverso: non sudore rancido, ma cuoio finito, polvere da sparo, e una nota distinta di zenzero e chiodi di garofano.
«Non temere, nobildonna,» sussurrò, la sua voce un basso ronzio che mi vibrò sulle labbra. «Non ti farò del male. Non ancora.»
La sua mano si posò sulla mia guancia, le sue dita lunghe e sottili che mi accarezzarono la pelle con una leggerezza inaspettata. mai parole furono più false...
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

